I poeti

Qualsiasi parola

pronunciata dal poeta

ha sparso piazze nella mia testa

una testa piena di pilastri di cervelli

affastellati affannati affaticati

ha piazzato pozzi luminosi

mentre andavo di polvere nel deserto culturale

ci sono luoghi che sgravano se stessi come piante

perché li annaffiano di notte i poeti della necessità

essi vanno in giro nel mondo delle idee

con le torce, gli orci, le borracce

per dissetare disseminare illuminare

noi non li vediamo

noi i poeti ce li portiamo dentro

io per esempio ho viaggiato dentro me

grazie alle autostrade dell’anima

che hanno costruito i poeti

ogni sillaba un chilometro

un ritornello in bicicletta

una metafora per fare metano

nelle stazioni di servizio di una giornata diversa

endecasillabi in centro

versi sciolti in periferia

le domeniche del libero pensiero

ce le hanno concesse i poeti

coi timbri ufficiali, a caso, a forma di nuvola

 

Se noi andiamo sulla terra

senza fare troppi danni

è perché siamo fatti tutt’uno

con il corpo nostro

e la terra di ognuno

la casa del cuore

di solidi dubbi

ce l’hanno costruita

gli architetti, gli arcangeli,

i poeti e le loro tute sporche di vita,

se ne vanno a dormire, stanchi ‘sti bravi poeti

 

Quando ti senti bene improvvisamente

è stato un poeta

quando verifichi la tua vita evidentemente

è stato un poeta

quando incontri la tua vergogna e finalmente

le stringi la mano

la abbracci

ti ci fai un caffè

e ci parli

dopo così tanto tempo

è stata colpa di un poeta sicuramente

o di un amico o di un parente

o del poeta che gli vive chiuso dentro

da così tanto tempo

 

Quando vai al mare

e poi prendi l’asciugamano e te ne vai di spalle

e prima di andare

ti giri a guardare un’altra volta

e be’ quello è stato un poeta indeciso

quando vedi volare nel cielo azzurro

le catene di carta nerosubianco

della tua grigia esistenza

e be’ quello è stato un poeta impiegato

Quando pensi di essere un ideale invece che un reale

e be’ quello è un poeta rivoluzionario

quando pensi di essere su un palco

con una chitarra

e il flusso d’amore si stacca dal tuo cuore

e raggiunge

quante più persone possibile

a cui tendi la mano

da sempre

e be’ quello è stato il poeta di quand’eri piccolo tu

che tanti anni fa

ha lasciato dentro di te

un codice a barrè

e tu hai rilevato l’impronta

hai riconosciuto la presenza dell’armonia nell’eterno

hai comprovato la ferita del disagio in questi giorni

e hai suonato in onore e gloria

per tutti i momenti dei secoli

la stessa umana e stupida canzone

 

e ogni volta che senti

la necessità insopportabile

di qualcosa che non c’è,

non ti preoccupare:

te l’ha già messa da parte

da qualche parte,

qualche altro poeta.

_ _ _

Chi non ha avuto poeti,

invece:

vive, muore.

ALCUNE CIFRE SULL’ACCOGLIENZA

LUNEDÍ
135 morti, 145 dispersi,
49 persone tratte in salvo, e 1 cocktail Negroni

MARTEDÍ
46 morti, 58 dispersi,
70 persone tratte in salvo, e 1 schermo LCD

MERCOLEDÍ
170 morti, 47 dispersi
430 persone tratte in salvo, e 1 frittura di pesce per 4

GIOVEDÌ
37 morti, 70 dispersi
238 persone tratte in salvo, e 2 biglietti per la Scala

VENERDÌ
90 morti, 68 dispersi
89 persone tratte in salvo, e la 1^ monovolume a 15mila settecen…..
TANTAEGTAG A 0,00352.. %….

SABATO
facciamo 100 morti, 100 dispersi, 100 tratti in salvo
Bari-Parigi volo + hotel 100 euro, dài.

DOMENICA
il segno della croce:
230 morti, 139 dispersi,
276 persone tratte in salvo,
il tappeto rosso,
la torta a sette piani,
la banda musicale
…..e un applauso per gli sposi!!!!!

RICORDIAMO CHE L’INGRESSO É RISERVATO AI SOLI SOCI
di questa sozza società

che accoglienza, ragazzi01.821455{01}

SCUOLA

– Asilo/Scuola primaria –
Io cresco
tu cresci
egli cresce
noi cresciamo
voi crescete
essi crescono

-Scuola media –
Io chiedo
tu chiedi
egli chiede
noi chiediamo
voi chiedete
essi chiedono

– Scuola superiore –
Io credo
tu credi
egli crede
noi crediamo
voi credete
essi credono

– Università –
Io – credito
tu – credito
egli – credito
noi – credito
voi – credito
essi – credito

– Appendice: Il mondo del lavoro –
Io crepo
tu crepi
egli crepa
noi crepiamo
voi crepate
e si crepa, no?

ERA

Era una sera di quelle tetre e oscure: non c’era niente da fare, la cera della candela colava, e la candela prima era intera poi mezza poi più non c’era.

Chi si trovava all’interno della casa quella tetra sera aveva una brutta cera, si specchiava nella specchiera, nel vetro della finestra che ballava come una bandiera. Decise allora di aprire una nuova era, mangiarsi tutta la pastiera, farsi una pera, esporre in fiera.

Era: adesso sarà. Innovazione, cambio di direzione, posizione esistenziale battagliera.

Il tempo di capire che siamo cresciuti, e le cose si trascinano vorticosamente nella borsa. Il traffico ci scompone a vista, i rumori di fondo della città non smettono mai, il silenzio è un compagno antico che ritroviamo una volta l’anno.

Era così bella nel campo, quella lunghissima palma al fianco della casa abbandonata.

Cenere di convinzioni, palpabili suture sulle tombe, non c’era altro da dire, per cui siamo stati zitti, in attesa della celere.

La bella finanziera mi accusò di averle dato una pacca troppo fiera sul sedere, e mi portò in questura quella stessa sera, era circa mezzanotte. La strada era deserta, se non era per la clientela della balera che beveva pampero davanti ad un locale di un tipo straniero, che si scopava la cassiera: arrivava l’eco di “Guantanamera”, e prima di essere portato dentro feci in tempo a vedere il profilo di una nave petroliera alla fonda sul golfo, pieno di acqua tutta nera.

La mia bella carceriera mi teneva stretto il braccio, mi puntava contro la mitragliera, mi fece salire l’ultima escalera, e poi molto focosa e bandolera mi mette contro il muro e mi bacia in bocca, la bocca rossa che più rosso non si spera, e fu così che riscendemmo a passeggiare nella sera, che in realtà era già la notte più nera, ma a noi non interessava – noi ahinoi eravamo già pieni di noia, e dopo due anni della stessa tiritera decidemmo per una crociera, che si rivelò poi una chimera, un sogno da sabato sera, una cosa che era meglio se non c’era.

Era 2009. in fretta scappiamo da ogni tipo di furto e rapina a mano armata, e senza scampo, scappiamo, fuggiamo, il ratto dell’amata, ci rifugiamo dentro noi, senza la benché minima idea di cosa sia la galera.

Esplodere di gioia vera, nella sconsolata polveriera della sera.

La guardia costiera m’ha detto di cambiare bandiera, altrimenti la mia nave bananiera sarebbe presa di mira da una cannoniera, e un ricamo dell’industria laniera avrebbe fatto un’ottima figura sul lato opposto alla rastrelliera: questo era il consiglio del consiglio di sicurezza della guardia costiera, ed io seguendo il consiglio, arrivai ad una casa cantoniera, vicino alla Fiera. Dalì si godeva un bel paesaggio, dove il mare si infrangeva contro la scogliera. C’erano i ragazzini che giocavano al marito e alla mogliera, in cielo c’era pure una mongolfiera, che si ergeva senza sforzo nell’aria della bufera. In men che non si men-dica, la mongolfiera si gonfiò tutta fiera e prese il largo, oltrepassando ogni frontiera.

Uno si ferma al semaforo e aspetta che scatti il verde.

Rosso era, aspetta e spera, sarà verde.

Invece no. Guardi affianco nell’auto a lato, oltre la tua portiera, vedi una signora che si atteggia ad avventuriera, e ti manda un sorriso a tutta dentiera, tu arrossisci, la cosa si fa torbida, ti senti turbato, ma il turbo non parte, tu arrossisci e il rosso è ancora là. Rosso di sera, era verde, la speranza mai si perde, mai si parte, sempre rosso, a più non posso. Dietro la tua utilitera, affianco all’auto dell’avventuriera, arriva a razzo una pantera, che volante al volo vuole passare, di gran carriera, nonostante il rosso e la sua barriera. Tu ti scosti, cerchi di fare pista costi quel che costi, ma spazio non ce n’era, e allora la pantera sgomma e s’incazza e ya no espera, rompe la carreggiata intera, arranca prima a destra poi a manca, tutt’altro che stanca riparte in direzione d’una falsa carabiniera, su di una motoleggera, in veste gommata con cerniera, da padroncina severa.

Io rimango a guardare la signora che ora mi par di riconoscere, sì era la cassiera del centro commerciale La Mongolfiera, la saluto, buonasera, esce il verde nella sera, schiaccio a caso la pedaliera, mi metto in moto sulla carretera, e me ne torno nella mia garsonniera, a leggere il corriere della sera, e vaffanculo a voi, alla cassiera e alla pantera.

Quando è inverno canta la capinera, e la panettiera fa il pane col fornaio nella braciera: d’un tratto le cade la giarrettiera e da coscia nasce coscia. La panettiera, che era al primo piano, si sporge dunque dalla ringhiera, e cerca di mostrarsi fiera come una bucaniera, e i molteplici cicisbei piliferi del paese pulcioso s’accalcano come forfora d’autunno alle sue belle mensole.

Una vecchia megera, arrivata tanti anni fa da forestiera, ma ora completamente inserita nella comunità terriera, era al pianterreno, era diventata ereditiera, e con l’eredità aveva messo a punto una filiera lattiero casearia, e lavorava da una vita intera, e si dava una certa aria. Comprava abiti da sera, aveva sempre ricolma la fruttiera, faceva analizzare la microatmosfera in casa sua, casomai l’aria le faceva la bua. Era impertinente e onnipotente, mentre il caglio faceva il suo mestiere nelle formaggiere.

Ma odiava la coinquilina panettiera, l’avventuriera della giarrettiera moscia, da cui coscia nacque coscia. Dunque pensò di organizzare degli inganni ai danni della sua coinquilina da anni, la leggera, poiché essa prendeva più di un uccello, e invece lei, la sua vecchia tela filibustiera, era ormai manifatturiera. La vecchia megera manifattucchiera prese la zuccheriera, e cingendo d’alloro il cerchio della braciera disse a tutta l’atmosfera “Rospo di sera, bel viso t’annera”

La povera panettiera si trovò da una all’altra sera a dover mettere un folto strato di cera alla sua faccia, diventata, dalla mattina alla sera, tutta nera. Eccola lì, che si dispera davanti alla sua specchiera. Povera panettiera!

La megera contenta era e s’aggiustava la panciera, e va a dormire nel suo lettone a baldracchino con la zanzariera.

Ma prima della sera, lo spirito della fata Fantanera, si introduce in casa della fattucchiera, dice buonasera, fruga nella cassettiera, trova i conti della filiera lattiera e li azzera, distrugge l’azienda lattiera tutta intera, poi si dilegua guerrigliera nella nera notte, dice buonanotte.

La mattina si è sposata col sole, e sulla soglia della dimora, a forma di pera, appare il muso lungo della megera. Anche la panettiera ha un’espressione severa, e la gatta sul tetto che scotta si trascina la sua nona vita, movendo la cadera, addirittura.

Era un’era di fantasia e di invenzione non vera, era un’era di linee di difesa, di sguardi all’orizzonte per capire da che parte arrivera l’attacco della forza straniera.

Era un’era in cui si andava ai sassi di Matera con la famiglia intera per una scampagnata a primavera, si partiva la mattina e si tornava la sera.

Era un’era da abitante del Monte Olimpo, faceva parte della nobile schiera delle dee dell’era antica era.

Era un’epoca di poesia, e adesso invece la poesia non c’è più.

In città c’è il traffico, si lavora, si va alla multisala, si va al bingo, si va al pub, si va al ristorante, si va al centro commerciale, si va avanti così, si va, e finché va va, ma in fondo non va.

Era una voglia di fantasia, di andare via, di utopia che mi diceva “vuoi la poesia? e sia!”

E allora me ne andai da casa mia, per scrivere poesie, quando si fa sera.

E venni in città quando si fa sera, per fare la poesia e invece c’era il traffico, il lavoro, la multisala, il bingo, il pub, il ristorante, il centro commerciale, e dopo una voglia planisfera, e una anima dolce come una pastiera, mi fulminò l’assenza di una carriera, e mi accorsi che era – tutto qui.

IL REGALO DI NATALE

Era periodo di Natale, e Natale Tal dei Tali aveva invitato il suo vecchio amico Pasquale Tale e Quale nella sua vecchia casa rurale, a mangiare qualcosa e a prendere un cordiale. Natale Tal dei Tali investiva capitali in maniera continuativa e professionale a livello internazionale, mentre Pasquale Tale e Quale era finito spazzino comunale. Natale si era dimostrato subito come al solito ospitale, e ad un certo punto dice al suo amico e commensale:
– Senti Pasquale, voglio farti un regalo speciale, voglio farti guidare la mia nuova auto, che ho avuto come regalo di Natale da un mio zio dirigente dell’Arsenale, non è niente male, possiamo farci un bel giro sulla tangenziale.
Pasquale lo ringrazia per essere così gentile, e si avviano verso l’auto, con la sua ragazza Valentina, e la ragazza di Natale, Guida. Natale e Guida sul sedile posteriore, Vale affianco a Pasquale, al posto di guida. Pasquale dunque sale, mette la chiave, accende i fanali, preme i pedali e vanno via verso la tangenziale, passano il centro commerciale, entrano e si dirigono verso la zona centrale. Ad un certo punto, mentre procedono a velocità normale, lungo un viale, d’un tratto si spegne un fanale. Pasquale parcheggia in un parcheggio laterale, tutti scendono e Natale, in modo un po’ brutale, dice a Pasquale Tale e Quale:
– Pasquale, m’hai rotto il fanale!!! M’hai rotto il fanale!!!
Pasquale Tale e Quale ci rimane male dello sbotto di Natale, e gli dice papale papale:
– Natale…ma tu stai male! Non è niente di speciale, sarà qualcosa al sistema di grande distribuzione centrale, un guasto accidentale.
Ma niente, Natale se la prende con Pasquale, la tensione sale, vuole farne una questione legale, addirittura metterebbe in mezzo una sua relazione parentale al Quirinale. Pasquale non si aspettava una reazione tale da mettere in mezzo addirittura un parente dalla capitale, e gli propone:
– Natale, ma che quirinale del mio stivale, stai facendo un caso internazionale! Se vuoi andiamo qui a due passi, dopo le scale, a San Pasquale, c’è un amico mio Tonio Favale c’ha l’autofficina, è un tipo geniale, vedrai che sarà una cosa banale, e siccome è amico mio non ti fa spendere manco un capitale…
Peggio ancora: Natale non ne vuole sapere di questa soluzione ragionevole e razionale, che renderebbe solo opzionale la sua relazione parentale del Quirinale, e infuriato come un cinghiale, fa entrare tutti in macchina: questa volta vanno Guida affianco al posto di guida, Natale alla guida, e sul sedile posteriore, Pasquale Tale e Quale e la sua ragazza Vale.
Natale ficca la chiave, alza il fanale, abbassa il pedale e si dirige a velocità bestiale, a quanto pare, verso il primo posto di polizia locale, vicino all’ospedale. Alla svolta del viale, Vale si rivolge a Natale e gli dice:
– Natale… ma ne vale la pena prenderla così male?
Ma lui glaciale, zitto, e Guida.
Nell’arco-baleno di 45 secondi arrivano, sani e salvi, meno male, al primo posto di polizia municipale, scende veloce Natale, scendono tutti, poi Natale sale le scale, e si rivolge al personale della centrale, fa stendere un intero verbale, vuole presentare apposita denuncia ufficiale, e si mette addirittura a prendere appunti quando l’apposito appuntato ufficiale gli dà consigli per un procedimento penale.
Pasquale Tale e Quale, è normale, ci resta sempre più male.
Chiede -Qual è la procedura normale? –
Risponde l’ufficiale – Ci vuole una carta d’identità, una patente, un passaporto, insomma: un documento personale.
– Ho la patente: può andare?
– E’ normale -, dice l’ufficiale
– Posso andare? Dice Pasquale
– Ma che andare e andare!
Gli prende tutti i dati: nome Pasquale, cognome Tale e Quale, nato all’ospedale il 25/12/198fame, residenza abituale quartiere San Pasquale, sull’Estramurale, nessun segno particolare. A questo punto, l’ufficiale del corpo locale di polizia municipale, in piedi al centro della centrale, gli spiega che a quanto pare che, in grazia di un comma speciale del nuovo codice stradale, ci sono gli estremi legali per andare in tribunale.
– Giovanotto, per lei si mette molto male.
A questo punto, a Pasquale è ormai chiaro che a Natale non gliene frega più niente della relazione amicale col suo ex-commensale Pasquale.
Il quale incrocia forse per l’ultima volta lo sguardo trionfale del suo ormai ex-amico Natale, e non gli sembra per niente normale di trovarsi in questa situazione surreale, per un guasto banale. Nell’atmosfera da funerale che si è creata, si toglie dunque l’acchial’, lo pulisce bene o male, e all’improvviso una tristezza totale lo assale, un dolore fondamentale, ancestrale, lontano anni luce dalla situazione attuale.

E si ricorda di quando erano più giovani, lui e Natale, e andavano a mare, a piedi, da soli, sotto un sole bestiale, sulla statale. E ridevano molto lungo la strada, poi si facevano il bagno, si tuffavano in mille modi sempre diversi, senza farsi mai male. Poi se ne tornavano, al calare del sole, verso casa, tutti sporchi di sale, ancora: due liceali, belli, freschi, gioviali, che non avevano i pedali, ai piedi, ma le ali.
E pensa Pasquale, pensa, mentre nella centrale rimbomba la voce di Natale che ripete ” ‘sto maiale, ‘sto stronzo nel pitale, mi pagherai ‘na cambiale”, pensa che, anche senza auto, al tramonto, sporchi di sale, lungo la statale, non si stava poi tanto male.

GIUSTO

sapete cosa può essere la noia
forse una punizione:
il mondo è bellissimo
chi offende il mondo
deve annoiarsi in questa vita
per tutta la vita

il fuoco che vortica nelle viscere del mondo
non è per chi non ha fuoco nelle vene
se avete dentro di voi una droga di crediti e decreti e programmi televisivi
non è colpa del pianeta

e non è neanche colpa mia

coi paralleli
e i meridiani
avete squartato
le terre
le piante
le pietre
le meravigliose immense cascate
voi le avete squartate
per una fretta sottopagata
che non vi ripagherà mai

voi dovete annoiarvi
è giusto così
non meritate niente
di questo paradiso

il mondo che è bellissimo
il mondo che è sempre esistito
con le erbe molli tra le rocce dure
ancora vi aspetta
per essere visto
per essere toccato

ma voi gli occhi avete usurato
in inutili ricerche
le mani ce l’avete
per rubarvi a vicenda
in minuscole tasche

e sia
annoiatevi a morte
a morte
a morte

e soprattutto
non mi fate agitare:

il fiore di diamante
rimane puro intatto
senza i vostri balordi consensi

SUITE PER POETA E (LA SUA) VOCE SOLA

PARS DESTRUENS I – IL MONDO

Ora mi vedete tutti qua
cosa volevate
un poeta
eccomi qua
la bottiglia mezza andata
la chioma trasandata
la sbracatura e l’ubriacatura
e le alte parole che echeggiando nell’aria
entrano poi dentro gli astanti i paganti gli amanti
pure negli ignari passanti
guarda, le parole entrano pure nei contanti
che stanno nei registratori di cassa

Ora mi vedete tutti qua
come in passato in America negli States negli anni 50 60 70 80 e pure 90
ci sono stati reading
dove la gente leggeva le cose che scriveva a gente che le ascoltava
e leggeva cose interessanti, sempre meno interessanti
cosa volevano quei poeti
forse volevano cambiare il mondo
forse volevano passare una serata diversa
forse volevano volare in alto nel cielo insieme alle loro parole
no erano lì coi loro amici e alcuni di loro stavano percorrendo allora la strada che ci vuole
per arrivare dal mondo fino a se stessi
e chi la sta percorrendo come sto facendo io adesso
sa benissimo che è una lunga strada, è una benedizione illuminante, è una gran rottura

e cosa volevate da noi
dicevano i poeti
come se leggessimo
amassimo
gridassimo
e lo facessimo
apposta
tanto per
per finta
per noia
per un cachet
per un perché
i poeti non l’hanno mai saputo il perché
ai poeti stessi, come vedrete più avanti, non gliene frega un cazzo dei poeti

Ma del mondo, sì: ed è al mondo che per l’appunto si riferisce la pars destruens del titolo
perché il mondo, miei cari, e ce lo possiamo dire apertamente, se ne sta andando via.
Il mondo, il mondo intero, quello con le montagne con gli oceani, le terre emerse, i mammiferi, i pesci, gli insetti, le pietre, i fiori, le cascate, le maree, le slavine, le tempeste e poi frane e alluvioni e vulcani e terremoti e uragani – insomma il mondo che nasce cresce si costruisce da solo insomma il mondo materiale e dunque suscettibile di essere distrutto
se ne sta andando via
e, venendo a noi, noi
invece di aspettare pazientemente che il mondo abbia finito il proprio compito storico geologico
lo rincorriamo dicendogli “ma no dai, perché fai così?”
cerchiamo di pagargli un massaggio
di procurargli una consulenza
che gli aggiusti le nuvole
gli pettini i fiumi
gli scrosti le scorie da sotto e lo sporco da sopra la crosta terrestre
cancelli le rughe le suture le cicatrici le bruciature da radiazioni
insomma lo renda più presentabile
al prossimo rapporto dell’ONU
dovremmo starcene semplicemente con le mani in mano
chiudere per eterne ferie le città ingrippate
e ciondolare su e giù come canne di bambù
e invece ci danniamo ci sorpassiamo ci organizziamo
insomma ci diamo da fare
facciamo cooperazione internazionale progetti nelle scuole
mettiamo in moto più computer aerei ministri di quanti necessario, necessario, è necessario
ma più ci diamo da fare
più il mondo ci guarda storto, ce l’ha con noi, fa piovere tempeste alluvioni vulcani uragani
diciamo meno parole tra amici
per inviare più conti preventivi budget a chi non conosciamo nemmeno
dimentichiamo ciò che più amiamo al mondo
per salvare un mondo
che vuole solo salvarsi da noi

noi umani, dico

ma umani fino ad un certo punto

La mia tesi è infatti che gli uomini siano un incrocio casuale tra una scimmia e un alieno, un accoppiamento imprevisto e poi scoppiò il casino,
venuto male, ma poi alla fine, si dissero gli alieni, anche un esperimento da osservare, scientificamente, fino alla sua morte, come cavie galattiche.
Un po’ come facciamo noi umani con le cavie da laboratorio, quando le tagliamo in due.

Il mondo se ne sta andando, e la cura della persona, la liposuzione e i sedili ergonomici, faranno altrettanto.
Gli appuntamenti di lavoro, i briefing, le trattative per l’apertura dei pozzi di petrolio nel Mar Grande a Taranto,
si faranno dentro le rovine di Machu Pichu, senza piante vere, ma con quelle che saranno rimaste, di plastica, come l’inutile ultimo affare concluso.

Ora mi vedete qui
mi sono fatto pure piazzare un riflettore in faccia
ma volete mettere
andiamo agli angoli della stazione
piazziamo un riflettore di notte
su uno qualsiasi di quelli,
che dormono a terra, coperto dai cartoni.
I riflettori, la troupe, il pubblico, i curiosi, chi ha pagato il biglietto,
chi si è intrufolato, dài, illuminiamo e filmiamo il tipo steso lì per terra, che si sveglia ci guarda, lì tutti zitti a braccia conserte, a guardare lui, stupito:
questa sì che sarebbe una vera operazione poetica: pulci vere, sporco vero, problemi veri, vero dolore, signori. Questo spaccherebbe davvero.
Altro che la lettura, l’interpretazione, il trasferire emozioni. Quelle sono ormai cose che sa fare chiunque, ci vuole qualcosa di più forte. Qui il dolore è retrò, le emozioni troppo demodè, l’atmosfera troppo osè perché si parli del riscaldamento atmosferico. Qui ci sono persone sedute, persone in piedi, persone che hanno fame e andranno a mangiare qualcosa, persone che hanno già mangiato, qui ci sono troppe pance piene, e quindi possiamo solo e semplicemente parlare della fame vera, cioè insultare col cervello il resto del corpo (l’anagramma di corpo è ‘copro’ cioè il suffisso dal greco kopron, merda, ma è una materia che sarà trattata a parte).
Quindi non ve la prendete troppo se la serata verrà male, se il sentimento è sbilenco, se le ossa dell’anima cominciano a scricchiolare: è segno che, assieme al mondo, dobbiamo togliere il disturbo anche noi.

PARS DESTRUENS II – LA COMUNITA’

La comunità
La comunità non è un ecosistema in equilibrio dinamico
non è un lago sereno che riflette un monte perfetto
la comunità non è una distesa di gnu che brucano, vista dall’elicottero
La comunità è una moderna bestia feroce che sa avere mille forme e mille unghie
ha cominciato con le parole ed è finita sommersa dalle carte
ha impronte digitali nazionali ed estere
ha sempre una parola d’ordine
una parola d’onore
una parola buona
insomma la comunità è brava a parole
nei fatti nei libri nei regolamenti nelle ordinanze negli indici di borsa
la comunità manifesta il suo lato perverso
e cioè la coda della cometa, quella che brucia tutto ciò che resta indietro
infatti gli ospedali si dotano di macchinari all’avanguardia per lo screening e la diagnostica per immagini proprio nelle comunità più devastate dai tumori a causa del profitto delle industrie, per la crescita occupazionale, per i posti di lavoro: in una parola sola (veramente sola) per il bene della comunità
ecco questo è un aspetto della comunità.
La comunità assume caratteri diversi di volta in volta
e ci devi saper fare i conti
La nostra comunità
si droga di televisione, ma quella a trecento canali,
con schermi di dimensioni più ampie di quelle dei corpi dei propri figli, a distanza ravvicinata,
sperimenta concerti cene e cenette e ristoranti week-end in capitali estere e viaggi esotici
e poi al ritorno lo stress è sempre colpa degli amici
è una bufera di volti da incontrare e mani da stringere e spalle da pugnalare
è un classico prodotto della società moderna
è il senso che dà la nonnina nella stradina con le cicorielle e le orecchiette e il profumo dei peperoni arrostiti
è il motorino che passa sgasando nella stradina stretta e rovescia le cicorielle le orecchiette i peperoni e sette altre nonnine appresso alla prima
è il signore che passa come se non fosse successo niente
è il signore che passa accanto e dà una mano a tutte e otto le nonnine e rimette a posto ogni cosa e dice “e che dobbiamo fare, assignoria, so’ ragazzi”
è il poeta che, illuminato dal riflettore nell’angolo più buio della stradina stretta, leva alti lamenti, ma in fondo dice sempre un mucchio di cazzate e non ha neanche mai cucinato i peperoni arrostiti, non saprebbe neanche da dove cominciare
Qui c’è molto di cui parlare e poco di cui mangiare
c’è da darsi da fare ancora una volta
perché devi spiegare ai fruttivendoli e ai macellai del mercato sotto casa che esiste un sistema monetario che è anche un sistema economico che insegue obiettivi e protrude dinamiche a lungo andare distruttive e che addirittura a partire da quando è ancora nel ventre instilla input input input su come sarà il mondo e prepara dunque il feto allo stress a partire dal terzo mese, da come strilla la madre disoccupata, da come bestemmia il padre disoccupato, insomma lo prepara a partire in quarta dal terzo mese, non gli dà un secondo per respirare perché dovrà arrivare sempre primo, primo, primo – e insomma
il feto assorbe e apprende
dalle urla fuori
il mondo che verrà
poi non ci scandalizziamo di stratosferiche discoteche stracolme
degli auricolari sotto pressione da cui sono schiacciate le vite dei quattordicenni, immersi nel loro immenso, spaventoso, silenzioso frastuono

Nelle comunità, nascoste dietro imprevedibili quadri astrali, ci sono pallottole vaganti, che si accoppiano e si riproducono.

Inoltre, all’interno della comunità è sempre buona norma mantenere la calma
anche quando col trapano te lo infilano nel buco del culo e gira e gira e gira
e la ristrutturazione non ha alcun senso
ed è solo il denaro di prima, quello nel registratore di cassa, che deve girare e girare e girare
la poesia come vedete da voi stessi cari signori è stata completamente estromessa da questi processi
lungo il reticolo economico/comunicativo della metropoli le relazioni commerciali fanno il culo alle relazioni personali
e uno si ritrova a 50anni senza neanche più un amico, vive nel classico territorio
deterritorializzato e ogni minuto che passa vive nell’angoscia di doversi cavare dall’anima l’ultima goccia di umanità
per venderla
per mandare avanti la baracca
intanto la baracca non ha più burattini
un violino suona stonato
il padrone sta mangiando la pizza ed è incazzato e non ci pagherà neanche stasera
gli attori hanno la faccia bianca e nera
c’è chi scivola sul sapone
e poi c’è chi fa riuso riciclo rimorso rimpianto rincoglionimento risate ah quante risate
neanche ve lo immaginate
e se ve lo immaginate buon per voi, perché significa che sapete usare l’immaginazione
invece a me, così come a noi sta andando via il mondo,
a me sta passando la poesia

PARS DESTRUENS III – IO

Oh venerabile Thich Quang Duc, tu che durante la guerra in Vietnam,
ti sei seduto con le tue consuete vesti arancioni
e ti sei acceso con la benzina
brillando per sempre puro come una stella,
e restavi sereno come un sasso nel fiume
stabile in mezzo al vai e vieni dello scandalo di milioni di ipocriti
mentre ti disfacevi nell’aria e il puzzo della carne bruciata
fluiva nel mondo e invadeva le narici di chi ti stava attorno
di chi incendiava la tua terra
di chi credeva e crede ancora che l’uomo sia la cosa più importante di quest’immenso universo,
dammi una mano a mostrare con le lame giuste ciò che questi zombie non riescono più a leggere neanche se glielo marchiassero a fuoco sulla carne,
e cioè che le epoche sono passate di moda, e sono rimaste al freddo,
e la storia è stata svuotata come fosse una cantina piena dell’immondizia di 50000 anni,
e adesso è saltato tutto fuori da sotto il tappeto e gli intelligentoni si stanno tutti cacando sotto
più che altro non vogliono tutta quella roba sporca in giro per casa
aiutami invece a fargli saltare orecchi occhi e cervelli, un immenso spruzzo rosso
che restino impregnati di senso e di luce solo i loro corpi, poveri corpi brillanti e innocenti,
solo i corpi meritano la vista delle membra sanguinanti della Terra
e piangano senza più occhi sui fiumi di sangue della Terra
perché troppa carne al fuoco è stata cotta e mangiata dagli eterei dominatori del cielo
e sulla Terra niente è rimasto per la Terra
per i rami secchi degli alberi moribondi della Terra,
per i monti brulli di sassi rotti della Terra,
per le affamate ossa degli affamati della Terra,
ma ora basta col registro epico catastrofico,
qui si prendono i voti e si fanno i santi
e si criptano messaggi e si sganciano bombe
e si indicono elezioni e si rastrellano campi
e si prende la popolazione sotto l’ala protettrice e poi è chiaro che qualcuno vola sul nido del cuculo
e si illuminano di fosforo bianco le culle dove dormivano freschi bimbi,
ora misti alle polveri frantumate della casa distrutta
ed è chiaro che gli alci e gli scarabei e le salamandre urlino più in alto dei lupi
perché non c’è più limite alle vergogne della mano travolgente del futuro
qui ci vuole una pubblicazione scientifica che dica una parola definitiva
e le case editrici vomitano pletoriche tonnellate nelle arterie della comunicazione
e anarchici ciclostile tagliano le vene dell’opinione pubblica
che in realtà un sangue non ce l’ha, il sangue c’è l’ha solo la savana
anch’essa coperta di immondizie, foto di un leone che inciampa in una busta di plastica,
sull’everest un uomo nuovo in un mondo nuovo, fatto a squadra, senza organi, alza gli sci e proclama la vittoria sull’everest da parte dell’uomo nuovo, e tutt’attorno è immondizia
Thich Quang Duc
sputami nell’alto dei soffitti perché solo lì posso arrivare io
lasciami appeso per un attimo di dubbio che fa sempre bene
poi fammi cadere, infine
poi fammi urlare come uno che cade dall’ottavo piano, piano piano, urlando piano piano
come un gatto umano che ha perso l’equilibrio che aveva un tempo
fammi cantare come uno squilibrato della comunità europea, leggendo i testi unici e le direttive, mentre cantano assieme a me sul palco duecento dive coi denti sguainati e la pelliccia biologica
fammi dare il colpo di grazia a zucchine e melanzane disperate che cercano di grattarsi via i codici a barre
fammi camminare su un filo teso rischiando di cadere se non rispondo per bene a chi mi tortura al telefono
fammi trasportare ormai senza vita da un treno sottoterra invaso dai topi per la Ratline, che portò i nazisti in fuga verso l’Argentina grazie al Vaticano
fammi guidare l’auto ad alta velocità, piangendo come un vitello scannato rischiando di polverizzarmi con la mia famiglia un sabato sera
fammi schiantare su un grattacielo
per farmi cambiare il mondo finalmente come dico io

fammelo scolpire come un fiore enorme
di bellezza disumana
evidente immensità sulla strada di tutti
che ci si meravigli il grido di tutti
e pompi sangue vero e calore oltre lo stremo delle forze umane
che spacchi il cemento armato in tutti i capillari e i nervi liberati
perché il corpo umano degli uomini
è unito nella coscienza
di essere vivente splendente di viaggio infinito
e poi finisce il giro di uno e riprende nel tutto
di tutte le mani nella cieca stretta di un orgasmo iniziale
verso l’unica follia finale,
perché la vita non è la tua sola ma è questo, te lo sto dicendo adesso,
un unico fuoco di miliardi impossibili
in cui c’è danza attorcigliata come passione di meteore di febbre
e se vi guardate ora negli occhi vuoti
vedrete il vostro abisso che vuole schizzare fuori dalle orbite,
qui bruciano di botto tutti i libri del mondo
qui cadono sulla terra tutti gli dei, stramazzano al suolo sacro, questo,
e si ergono in piedi nel fuoco gli uomini veri, noi,
con un battito di ciglia cancellano la storia personale, adesso
civiltà
glaciazioni
innamoramenti
e spettacoli
e folle oceaniche, è tutto finito,
e i vagiti del cucciolo
che casca grondante di rosso sulla ghiaia
pronto a mugghiare ancora un’altra volta
ci mostra su tutto, su tutto
il destino infame di vivere ancora, un’altra volta
in epoche sempre più colossali
in errori sempre più madornali
in condizioni sempre più infernali
e perciò, uomini,
al cucciolo, e per il cucciolo
con gli occhi aperti sull’abisso personale
affinché tutto questo spreco sia compiuto
si devono alzare le mani impaurite
si deve levare
come la falce della morte
l’applauso finale